Gianni Brera

22.12.2017 11:51 di Claudio Nassi  articolo letto 79 volte
Gianni Brera

Luis Cesar Menotti diceva che Pelé si poteva marcare solo col gesso alla lavagna. Aveva giocato con lui nel Santos. Una cosa simile si può dire di Gianni Brera per il giornalismo: unico, di altra categoria. A 25 anni dalla morte Stazione di Sosta non poteva fare a meno di ricordarlo. Come al solito sono arrivato in ritardo. Da giovane giornalista presuntuoso facevo fatica a capirlo. Vedevo il calcio come fatto tecnico-tattico-fisico-atletico. Credevo di essere nel giusto, dimenticando di aggiungere l'aspetto economico, politico, tra virgolette e non, la psicologia che lo guida, oltre al talento dello scriba e tanti altri particolari. Col tempo ho capito Gioanfucarlo che, tra le altre cose, aveva un'intera pagina nel famoso Guerin Sportivo, quello del Conte Rognoni: l'Arcimatto, scatenato e dolce, profondo e tagliente. Fu più facile per me capire il Conte. Cosa non semplice. Sapevo che pretendeva sempre il meglio, ma con tutta la buona volontà Brera rimaneva un ostacolo alto. Finché sono arrivato a comprendere il più geniale dei giornalisti.

Ho molti libri suoi e, addirittura, per rendergli omaggio, ho confezionato nell'almanacco tecnico-statistico Tuttocalcio, da pag. 1.269 a 1.281, un glossario tecnico, filosofico, polemico, satirico, dove tanti suoi neologismi la fanno da padrone: da abatino a artillero, a bomber, a calcese, calciocrazia, ciccato, colombella, criptocatenacciaro, depanchinato, doppioviemmista, jellatorio, maldinata, melina, panturbillon, pappina, pedatore, pippero, pistonare, prestipedatore, telecrazia, sudditanza psicologica e altri ancora. Quando Fino Fini mi disse che Giovanni Arpino sarebbe stato il primo giornalista sportivo a entrare nel Museo del Calcio, risposi che non poteva farlo. Con tutto il rispetto per lo scrittore, quel posto non gli spettava. Primo per distacco c'era Gianni Brera. Perché? Vado a spanne: aveva avviato la ribellione critica italiana al WM inglese, ribellione che non mancherà di contagiare gli stessi inglesi e i sudamericani. Ricordava che per domare la palla servono i fondamentali e che per dare gioia serve la tecnica. Sapeva amalgamare in modo sapiente elementi della lingua italiana con quelli tipici degli idiomi regionali, adottando giri di frasi della lingua lombarda e mai dimenticando radici greche e latine. Ricordava sempre che "difesa e contropiede" era il gioco più congeniale all'italiano, che poteva ottenere il massimo col minimo sforzo. Mi piace, infine, la dedica della "Storia critica del calcio italiano": "Prima alla memoria di Zauli, Pozzo, Carlin, Roghi, Slawitz, Barassi, Tassi e Resconi. Poi a tutti i viziosi di calcio che non conosco e a tutti quelli che conosco benissimo". Tanto di cappello al genio.   

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