I match analyst

11.01.2019 11:48 di Claudio Nassi  articolo letto 29 volte
I match analyst

Sento discutere il VAR e scopro che i video analisti di Serie A e B si sono trovati a Coverciano per un incontro e per pianificare la nascita di un'associazione di categoria. Facile pensare a quanto mi sono divertito. Se discuti il VAR non hai capito l'importanza di ridurre il potere discrezionale dell'arbitro. Cosa determinante nel calcio. Poi scopro la figura del match analyst che, come vuole Maurizio Viscidi, coordinatore delle nazionali giovanili, è "... il radiologo che ti dice quello che hai di rotto, ma non ti opera. Il chirurgo resta l'allenatore". Leggo che 13 anni fa questa figura non esisteva, prima che Lippi chiedesse ad Adriano Bacconi di andare in Germania al Mondiale 2006. Ma nel 1974 entrai nel calcio alla Lucchese con gli scout della ChinaMartini Torino e del Fernet Tonic Bologna e, nel '78 alla Pistoiese, per la prima volta, presi in esame i dati di Sampdoria - Cagliari relativi ai sardi, prossimi avversari. Sapevo bene di non scoprire niente. Lo insegnavano gli USA che, nei loro sport, erano soliti mangiare pane e statistica.

Sapevo anche di non dover esagerare. Bisognava essere essenziali, perché l'allenatore doveva trasmettere alla squadra poche cose ma precise per convincere i calciatori, che immediatamente si accorgono se parli di aria fritta. Quindi chi faceva gol e serviva assist pretendeva la massima attenzione, senza dimenticare il regista, l'interditore principale, le palle inattive e così via. Non interessava certamente contare le volte che un terzino scendeva sulla fascia, anche se qualcuno in seguito lo pretendeva. Avevo sempre presenti due opposti. Il primo, Larry Bird, diceva: "Le statistiche sono dei perdenti. Conta solo vincere". Il secondo Rino Tommasi: "Le statistiche non contano per chi non ha la pazienza di coltivarle e la capacità di interpretarle". La pensavo come Rino e, senza far trapelare alcunché, avevo vantaggi.

Dopo la lunga premessa, le conclusioni. La cosa determinante è capire e l'uomo diventa insostituibile. Perché il calcio è semplice e quando sento che si usa il drone, che ci sono squadre di analisti e staff pletorici, mi domando se la strada sia giusta. Se marco a zona e faccio dire all'81enne Altafini: "Mi dessero tanto spazio, farei ancora gol", se non ci si dispone come si dovrebbe sulle punizioni dirette e gli angoli, situazioni che portano tante reti, se non si curano i particolari in modo maniacale, non credo si vada lontano. Se abbiamo squadre con 8, 9 o 10 stranieri viene da ridere. Prima, al loro posto, c'erano giovani provenienti dal vivaio. Se Lazzari a 25 anni è ancora alla Spal, se il 19enne Zaniolo, oggi nazionale, l'Inter lo cede per il 31enne Nainggolan, se Perin, dopo essere stato a lungo in prova a un club di Serie A, è scartato, se ci si accorge di Barella solo quando il Cagliari chiede 50 milioni, viene da dubitare anche dei match analyst. Se si tarda a tornare al semiprofessionismo con la terza categoria, non sorge il dubbio che non si voglia prendere in esame il buono del passato? Se, infine, siamo di fronte al problema della violenza e si ignora la connivenza società - ultras, vuol dire dimenticare che non si può prescindere da chi sa come stanno le cose. Ma guai mettere le persone giuste al posto giusto. Vorrebbe dire risolvere i problemi e i problemi non vanno risolti. Avanti quindi coi droni e i match analyst. Non importa se sono il nulla.   

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