La guerra Totti - Baldini

16.06.2019 09:24 di Claudio Nassi   Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
La guerra Totti - Baldini

Il calcio non cessa un attimo di stupire. Tutti sanno quanti problemi causino alle società le cosiddette "bandiere". Ricordo la Juventus di Boniperti e Giuliano. Quella vera. Un fortino inespugnabile. Nella sede di Piazza San Carlo non tutti potevano accedere. Il centralinista non permetteva che qualcuno sostasse nell'ampio salone. Le porte in cuoio, imbottite, dicevano tutto. Un anno prima che esalassero l'ultimo respiro in campo, i big venivano ceduti: Cabrini al Bologna, Tardelli all'Inter e così via. Tenerli voleva dire crearsi problemi. Lo sapevano e, come sempre, giocavano d'anticipo. Da Tuttosport avevo un osservatorio privilegiato. Imparavo a conoscere la geografia delle società amiche, dove era impossibile entrare, e la politica che portava alla guida della FIGC gli amici e gli amici degli amici.

Per questo non mi ha stupito il titolo della "rosea" che, in prima pagina, a caratteri cubitali, recitava: "Totti shock! Sta pensando di lasciare la Roma". Né lo spazio dedicato al caso. Era scritto. Può il popolo giallorosso dimenticare la serata dell'addio al calcio, i 200 gol e passa che lo portano al secondo posto tra i marcatori del campionato, dopo Piola, le finezze, i dribbling, il fatto di aver rifiutato il Real Madrid e tante altre cose, con la stampa a definirlo l'ottavo re di Roma? Da quando varcò nel 1989 il cancello di Trigoria, i primi 28 anni, se si eccettuano i rapporti con Carlos Bianchi e il finale vissuto con Spalletti, sono stati perfetti. Poi, nonostante il contratto da 600mila euro netti l'anno per sei anni, le parole di Pallotta, testimone di quanto prosegua la maturazione del dirigente, e la proposta del ruolo di D.T., l'ex capitano vuole incidere sulle scelte di mercato. E' il prurito di chi ha fatto il calciatore e, soprattutto se ad alto livello, pensa di capirne di più. Non ha da imparare. La gavetta non conta, né l'esperienza.

Capisco che l'esonero di Di Francesco, l'addio di Monchi, la separazione da Ranieri, l'unica sua scelta, e le telefonate a Conte e Gattuso, senza seguito, abbiano innescato ulteriore malessere in chi non desidera essere soltanto una bandiera, l'uomo dei sorteggi in UEFA e quello che deve uscire allo scoperto per calmare la piazza. Eppure sapeva che le decisioni le prende Baldini a Londra, che Pallotta pende dalle sue labbra e il consigliori guida le operazioni senza confrontarsi con i media e la piazza. Fa e disfa da una posizione privilegiata, ma Totti e il suo entourage non lo accettano. Chissà se Baldini ha pensato che potrebbe non vincere quella che ormai è una guerra, perché l'ex capitano ha dimostrato, ammesso ce ne fosse bisogno, anche quando ha presentato l'ultimo libro al Colosseo, di avere al seguito la Roma che conta, da Malagò a Veltroni. E la Roma che conta è un ostacolo troppo alto per Baldini. A dimostrazione, uno che conosce i personaggi manda un messaggio al Presidente: "Di fare lo stadio Pallotta se lo può dimenticare".   

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