Ma il gol non è per tutti!

13.09.2018 12:00 di Claudio Nassi  articolo letto 63 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Ma il gol non è per tutti!

Nel luglio 1991 esce il primo annuario tecnico-statistico Tuttocalcio, con 881 pagine, unico nel suo genere. Nel 2000, l'ultimo che porta il mio nome, contava oltre 1.300 pagine e costava 120.000 lire. Aveva superato il Rothmans, fino ad allora il più caro, fermo a 90.000, ma tutt'altra cosa. Ebbene, l'avevo ideato, insieme all'amico Tofanelli, prima perché era una vecchia idea, dal momento che l'Almanacco Panini non aveva concorrenti, ma soprattutto per quelli, ed erano tanti, che definivo "i patiti dello schema". Mi divertii a mettere all'inizio cose scontate, dal titolo "I dieci comandamenti". Il primo recitava: "Mai dimenticare che le partite si vincono segnando". Il secondo: "Il calciatore che ha attitudine al gol è sacro". Il terzo spiegava la differenza tra segnare in casa e fuori; il quarto privilegiava il centrocampista col vizio del gol; il quinto e il sesto ricordavano che i difensori che hanno il gol per amico sono merce rara e il settimo non dimenticava di sottolineare che chi serve assist vale quanto il cannoniere. Insomma, era un peana del gol. Anche perché non conosco altro modo di vincere se non quello di metterla dentro. Seppoi leggete il lunedì i tabellini di tutte le categorie, vi accorgerete che a segnare sono quasi sempre gli stessi.

Allora in che cosa è cambiato il calcio, se per vincere bisogna fare gol, se le misure del campo e delle porte sono le stesse e il pallone è sempre rotondo? Eppure insistono col 4-3-3, il 3-5-2 e via dicendo, dimenticando che in passato gli schieramenti erano simili. D'accordo, ma oggi l'esterno alto a destra è mancino e a sinistra è destro. Prima non era così. E' vero. Ma siamo andati avanti o indietro? Perché se ho l'opportunità di portare gli esterni al tiro in posizione centrale col piede preferito, perdo due possibilità: non vado al cross dal fondo né ci arrivo per servire la palla-gol. Per favore, non parlate di Robben. E' l'eccezione che conferma la regola.

Sarebbe fin troppo facile soffermarsi sui tanti non sensi. Ad esempio, quale spiegazione ha il marcamento a zona sulle palle inattive? Se l'avversario porta i migliori saltatori in aiuto ad attaccanti già pericolosi, è logico non prendere quelle contromisure che in passato erano la norma? Ho sempre davanti agli occhi il Napoli di Sarri subire, al San Paolo, due gol di testa su corner da Sergio Ramos col Real Madrid e la stessa cosa con il Manchester City, ad opera di Otamendi e Stones. Ricordo ancora l'allenatore rispondere a chi, dopo la prima volta, gli chiedeva perché: "E' un nostro limite, ci lavoreremo". Puntualmente con l'undici di Guardiola la conferma. Chissà se ci si accorgerà che i gol li fanno gli stessi e che saper stare nell'area di rigore è per i pochi baciati da madre natura? La grande maggioranza, entro quei sedici metri, non segnerà mai. Non l'ha nelle corde. Sa che nell'area di rigore hanno seminato ed è vietato calpestare.     

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