Mino Favini

29.04.2019 11:10 di Claudio Nassi   Vedi letture
© foto di Alberto Mariani/TuttoAtalanta.com
Mino Favini

Martedì ci ha lasciato Mino Favini, l'ultimo dei grandi maestri. Aveva 83 anni. Nativo di Meda, era stato un buon calciatore. La sua carriera inizia nel paese natio in IV Serie, poi si divide tra A e B: Como, Brescia, Atalanta e Reggiana. E' presente in uno degli attacchi più forti della serie cadetta, quando il Brescia presenta Sacchella, Favini, Nova, Bersellini e Vigni. Gentiluomo di antico stampo, merce sempre più rara, dava una mano a tutti. Mai sentito parlar male di qualcuno, né una polemica, indipendentemente da come erano andate le cose. Inutile dire il dispiacere provato alla notizia, anche se sapevo di un ictus.

L'ho conosciuto nel 1976 al Torneo Miceli, a Frosinone, quando in Como - Pistoiese, 1-1, rimasi folgorato da Vierchowod. Cominciò da lì un rapporto di stima reciproca. Voleva sapere ogni volta che lo citavo. Lo facevo con piacere. Non ricordo, al momento, chi ha lanciato sul palcoscenico della Serie A tanti giovani. Prima a Como, da Vierchowod ad Annoni, Fusi, Invernizzi, Simone, Galia, Borgonovo, Matteoli e Zambrotta, per citare i più noti. Poi, nei 24 anni passati all'Atalanta, Morfeo, Tacchinardi, Montolivo, Pazzini, Zappacosta, Caldara, Kessie, Gagliardini, Conti e Bastoni, in attesa di Melegoni.

Quando si parla di crisi del calcio, sarebbe più corretto parlare di crisi di istruttori. Se in passato le società ogni anno portavano nella rosa della prima squadra elementi provenienti dal settore giovanile, c'era una ragione. Alla guida si trovavano tecnici che sapevano insegnare e correggere i difetti. I fondamentali erano il pane quotidiano. Favini ripeteva: "Per insegnare uno schema a una squadra basta una settimana, per imparare i fondamentali a un calciatore non basta una vita". Superfluo aggiungere che uno della sua competenza avrebbe dovuto tenere corsi agli istruttori. Credo sia stato chiamato raramente a Coverciano. Eppure il calcio non si impara sui banchi di scuola, ma attraverso la trasmissione di esperienze. Mino, con i tanti successi e la piena disponibilità, avrebbe dovuto essere sempre presente.

Mi ha stupito che la stampa abbia ricordato i meriti. Non so quante volte un antipersonaggio, una persona schiva, ha avuto tanti riconoscimenti. Spero non venga dimenticato e che, al più presto, il calcio lo accolga nella Hall of Fame, dove, purtroppo, è presente anche chi scambia i fondamentali con le fondamenta. 

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