Sono tutti von Clausewitz!

06.09.2018 11:38 di Claudio Nassi  articolo letto 61 volte
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Sono tutti von Clausewitz!

Leggo un interessante articolo di Gianni Mura sui von Clausewitz della panchina e i Sun Tzu Wu del 4-3-1-2. "Gli allenatori - dice - sono più intervistati dei ministri. Non solo nel giorno in cui si gioca; perché c'è una spiegazione da dare, una sconfitta da giustificare, un inatteso calo da valutare, una polemica da chiudere o da tenere aperta". Poi si diverte a definire Gattuso "l'assatanato", Simone Inzaghi "il bello", Allegri "lo scacchista", Ancelotti "il saggio", Spalletti "il predicatore", Di Francesco "il filosofo", Mazzarri "il tormentato" e Gasperini "il maestro". Fin qui niente di nuovo. Sono riusciti a diventare personaggi senza servire un assist o fare un gol. Chapeau! Ma non tutti li ritengono tali, perché sanno che l'allenatore più bravo è, come volevano i vecchi saggi, quello che non fa danno e la formazione migliore la mettono in campo il medico sociale e il Giudice Sportivo.

D'accordo, sono in molti a non crederci, ma dovrebbero spiegare dichiarazioni come quella di Ancelotti dopo Sampdoria - Napoli 3-0: "Abbiamo avuto lo stesso inizio di partita con Lazio e Milan. Lì siamo riusciti a ribaltare, stavolta no". E' fin troppo facile ricordare che il calcio è un gioco di errori e il compito dell'allenatore è quello di cancellarne quanti più possibile. Se si sbaglia per due volte l'approccio alla partita non dovrebbe esserci una terza. Anche perché una partenza lanciata, specie in trasferta, condiziona avversario e pubblico. E' una tattica vecchia come il cucco, ma sempre attuale. Come esempio ho portato Ancelotti, causa prima di un atteggiamento sbagliato, ma avrei potuto citare qualsiasi altro. So che tutti non sono uguali ma, quando leggo gli emolumenti in Serie A, mi chiedo se è logica una differenza che va dai 7,5 milioni di Allegri, o dai 6,5 di Ancelotti e dai 4,5 di Spalletti, ai 400mila euro di Semplici e Andreazzoli. E' vero che i primi tre hanno dimostrato di saper convivere con la grande stampa e vinto campionati con Milan e Juventus il primo, in Italia, Inghilterra, Francia e Germania il secondo, cosa riuscita solo ad Happel, Ivic, Trapattoni e Mourinho, e in Russia il terzo, oltre ad aver tenuto testa a Totti a Roma. Ma c'è così tanta differenza sul piano calcistico? Eppoi con quali società hanno vinto? Sarebbe interessante vivere la settimana sul campo di allenamento per rendersene conto.

Altra cosa che fa pensare è il continuo ripetere che si devono far giocare i giovani italiani. Si chiede più coraggio. Lo dice il C.T. della Nazionale Mancini, che all'Inter aveva nella rosa 30 calciatori con cinque italiani e al mercato di riparazione fece acquistare cinque stranieri. Se si aggiunge che sono 31 i convocati per le partite con Polonia e Portogallo, domando perché. La maglia azzurra non è per tutti. Aggiungere che in Nazionale non si fanno esperimenti, ma si richiedono certezze, è scontato. Se i risultati rimangono nell'albo d'oro, il selezionatore dovrebbe sapere che, per il poco tempo a disposizione, occorrerebbe riuscire a far convivere le caratteristiche dei singoli e a farli giocare come nelle loro squadre. Qualcuno, infatti, suggeriva al selezionatore di "costruire la casa" e poi rendere i calciatori così familiari con le stanze da poterle trovare, oppure da andare da una all'altra, anche durante la notte, a luci spente. Ricordava un vecchio slogan di un partito: "Progresso sì, avventure no!".    

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