Maldini e Agnelli

09.03.2020 10:43 di Claudio Nassi   Vedi letture
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Maldini e Agnelli

Spesso corro il rischio di essere frainteso. Non credevo che i divertissements su Lady Radio avessero simile risonanza. Evidentemente mio figlio e TuttomercatoWeb hanno fatto uno scherzo. Internet il resto. Un articolo sulla "rosea" di Alessandro De Calò, dal titolo "Perché ci conviene difendere le bandiere", porta a riflettere. Ho scritto di Paolo Maldini, del quale non ho condiviso l'ingresso al Milan come Direttore Sviluppo Strategico dell'Area Tecnica. Detto che fatico a capire un ruolo che non avevo il piacere di conoscere, ho avuto conferma che, per stare ai vertici, era necessaria ben altra esperienza. Attenzione, parlo di un fuoriclasse, una bandiera, di chi mi ha fatto telefonare più volte a Silvano Ramaccioni per farlo desistere dal proposito di lasciare la Nazionale. Conservo la maglia autografata, so che ha un'ottima famiglia, avevo un bel rapporto col padre, che apprezzai ancor di più quando, all'"Assassino", dissi che era pronto un assegno in bianco per portare alla Fiorentina Paolo sedicenne. Rispose: "Alle 17.00 devo andare in sede per firmare il contratto. Se non ci metteremo d'accordo te lo farò sapere". Un modo elegante per dire no. Mai avrebbe voluto il figlio lontano dal Milan. Speravo che Paolo entrasse in punta di piedi e scalasse le posizioni, se ne aveva le qualità. Bastava procedere a piccoli passi. Spero riesca a ricucire lo strappo che lo vede coinvolto, causato da Gazidis e Boban. Perché, è vero, le bandiere vanno difese.

Voglio troppo bene al calcio per non apprezzarne i valori, anche se prendo cappello quando certe cose non vanno. Come spiacerebbe se Totti avesse un posto nella nuova Roma e volesse ruoli che non gli spettano ma pretende per il passato da calciatore. Scivolare in un ambiente dai mille anfratti è facile. D'accordo, all'estero Cruijff ha fatto l'incredibile all'Ajax e al Barça. Un alieno in campo e un innovatore in panchina. Beckenbauer è stato grande calciatore, allenatore, Presidente effettivo e onorario del Bayern, oltre che alla guida della nazionale. Rummenigge resiste al vertice del CdA del club, dove Uli Hoeness è ancora il deus ex machina. Come Overmars all'Ajax. Ma anche all'estero si contano sulle dita di una mano quelli che si sono imposti all'attenzione generale.

Per spiegare ancora meglio, sono rimasto di sale di fronte alla caduta di stile del Presidente della Juventus, Andrea Agnelli, quando, senza motivo, si è permesso di trattare come abusiva e senza storia internazionale l'Atalanta, presente in Champions al posto della Roma, che aveva contribuito negli anni a mantenere il ranking dell'Italia. Un'offesa a Percassi e a un club da sempre vicino ai bianconeri. Quando il Presidente dell'ECA, ente che riunisce i club europei, non doveva neppure permettersi di pensarle certe frasi; perché l'importanza del calcio è tale che il danno d'immagine, nonostante le scuse, rimane incalcolabile per la Juventus, la sua persona e non solo. 

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