Allegri, Adani e l'umiltà

02.05.2019 11:24 di Claudio Nassi   Vedi letture
Allegri, Adani e l'umiltà

Parlando del calcio Artemio Franchi era solito dire: "E' un gioco dove 22 giovanotti in mutande rincorrono una vescica gonfiata". Da questa frase a considerarlo stupido il passo è breve. Cecco Lamberti, allenatore di lungo corso prima e abile D.S. poi, aggiungeva una considerazione dettata dall'esperienza: "Il calcio è un gioco stupido per persone intelligenti". Quando leggo da un giornalista della "rosea" che la stessa frase, ripetuta da Allegri nella querelle con Adani, ha tutto per entrare nelle citazioni perché suona bene, ma non è chiarissimo che cosa significhi, è evidente che ignorava come era nata. Capita. Ecco, la stessa cosa può accadere a Daniele Adani quando intervista gli allenatori. Crede di conoscere tutto del calcio per averlo giocato, ma forse non è sufficiente e non farebbe male a pensare che dall'altra parte ci potrebbero essere persone con ben altre esperienze. Capita. Non c'è nulla di male a cospargersi il capo di cenere e fare un bagno d'umiltà. C'è sempre da imparare da chiunque e ad ogni età.

E' successo sette giorni or sono, dopo un lungo colloquio con un tecnico. Spesso, infatti, sono a ricredermi. Entrato a Tuttosport nel '68, quando uscii, nel '74, non avevo ancora capito che cosa fosse il giornalismo, né la fortuna di aver lavorato a fianco di maestri. Ci arrivai dopo un anno. A fine '74, quando, D.S. della Lucchese, mi trovai a parlare a Cesenatico, da mezzanotte alle sei, con un personaggio che mi spiegò le dinamiche del calcio. Credevo di sapere, ma avevo capito poco. Alla Sampdoria ritenevo di essere uno scienziato, quando un calciatore disse che la partita la decidevano loro. Una frase sottile. Era la verità. Non lo sapevo.

Dopo il colloquio col tecnico sul filo del telefono, ho avuto conferma che ogni allenatore vede i calciatori in funzione del modo in cui intende il calcio. Ne ero a conoscenza, anche perché per sei volte avevo sbagliato. Eppure con Mantovani, alla Sampdoria, e il Conte Pontello, alla Fiorentina, escluso due casi, ho cercato chi aveva di più e poteva determinare. L'allenatore doveva saper mettere la squadra in campo e migliorare il materiale a disposizione. Se i calciatori avevano nome Pellegrini, Renica, Galia, Mannini, Pari, Vierchowod, Salsano, Mancini, Vialli, Battistini, Berti e Baggio, i problemi non esistevano. Talvolta accade, se c'è muro contro muro con l'allenatore, che qualcuno venga messo in disparte, o addirittura boicottato, perché le caratteristiche non si sposano con il calcio del tecnico. Ma se, in sede di programmazione, si va oltre le richieste, portando uomini di qualità superiore, non sono accettabili ripicche. Se Liedholm diceva: "Datemi calciatori forti, a farli giocare insieme ci penso io", c'era un motivo. Uno solo: capiva di calcio.    

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