Come scelgo il capitano

22.02.2019 10:57 di Claudio Nassi  articolo letto 54 volte
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Come scelgo il capitano

Diceva Gianni Brera: "Il centrocampista deve avere o quasi il senso geometrico del gioco. Senza quello è votato al fallimento, perché il centrocampo è un mare dove facilmente si affoga". Diceva Ferruccio Valcareggi: "La maggioranza degli allenatori viene dal centrocampo, abituata da sempre a vedere meglio il gioco". Fatto l'elogio del centrocampista, vengo a parlare della fascia di capitano. Parto da lontano: dall'arbitro. So che vuole essere il migliore in campo e bisogna fare di tutto per aiutarlo. Ma so che i calciatori cercheranno di uccellarlo, dalle simulazioni alle trattenute in area, e, nello stesso tempo, il direttore di gara sorriderà sempre, darà la pacca sulle spalle, ma non accetterà di essere fregato. Nel calcio si cercano sempre vantaggi, possibilmente leciti. Ecco perché non si assegna la fascia al portiere. Dice Zoff: "Si dovrebbe ponderare bene prima di scegliere il capitano. Non dovrebbe essere legato alle presenze. Va cercato un leader riconosciuto e apprezzato nello spogliatoio, con la personalità per essere ascoltato dall'arbitro. Vado contro il mio passato, ma il più delle volte il portiere è lontano dall'azione e non nelle condizioni di chiedere tempestivamente una spiegazione al direttore di gara".

Quindi è importante ponderare bene. Basta vedere le difficoltà che possono nascere a cambiare in corsa. La scelta di Handanovic, condivisa dai tifosi, per il dopo Icardi, o quelle che portano al napoletano Insigne, al milanista Romagnoli e al viola Chiesa, hanno un taglio populista e non prendono in esame chi gioca a centrocampo, ruolo dei pensanti, che, guarda caso, si trovano vicino all'arbitro, abituato a fare la diagonale. Mi raccontava Boniperti che, in una partita a Bologna, la Juventus vinceva 4-1, ma stava subendo l'avversario. Un rigore di Bodi portava al 4-2 e un'autorete di Corradi al 4-3. Lui tampinava l'arbitro perché, in zona recupero, fischiasse la fine, fino a che il direttore di gara, esasperato, si tolse il fischietto e lo dette al bianconero. E' facile capire che cosa ha sempre fatto Boniperti nella seconda parte della carriera, quando da punta si trasformò in regista. Cercava il dialogo con l'arbitro. Senza mai alzare le mani, perché sarebbe stato controproducente, ma dicendo che la punizione non c'era, che quello andava ammonito, che il fuorigioco era netto e così via. La personalità e il carisma glielo permettevano e condizionava il fischietto.

Non importa chiamarsi Boniperti, ma essere vicino all'arbitro è importante. Si può storcere la bocca, ma nel calcio conta vincere e i particolari determinano. Ricordo il gol di testa di Izzo, che dà al Torino la vittoria sull'Inter. Se Spalletti, su calcio d'angolo, avesse messo un uomo sul palo, Handanovic poteva pararlo. E il 2-1 dell'Inter alla Sampdoria non fa pensare alla superficialità? Si poteva lasciare solo Nainggolan, sulla sinistra, a 20 metri dalla porta? Determinano particolari, che poi particolari non sono, e il capitano che gioca a centrocampo porta vantaggi, che non considerano solo i superficiali.      

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