Icardi e Costacurta

25.10.2018 10:52 di Claudio Nassi  articolo letto 44 volte
© foto di Daniele Mascolo/PhotoViews
Icardi e Costacurta

Sono sempre stato un ammiratore di quelli che fanno gol. Ho giocato dieci anni a livello di C e capito quanto fosse difficile entrare in area di rigore. Quelli che hanno il gol nel dna sono stati baciati da madre natura. E' l'unica cosa che non si può imparare nel calcio. Fossero attaccanti, centrocampisti o difensori, li guardavo ammirato. Avevano di più. Inoltre non conoscevo altro modo per vincere che metterla dentro. Eppoi basta leggere i tabellini il lunedì. Si nota che, in tutte le categorie, a segnare sono gli stessi. Chiedetevi perché. Per cui sembrerebbe scontato marcare alla morte questi signori e magari raddoppiarli. Invece che cosa succede? Si marcano a zona e, puntualmente, si assiste al gol di Icardi, che al 92' decide il derby di Milano. Chi fa gol? Icardi. Chi era il calciatore più pericoloso dell'Inter? Icardi. Rivedo l'azione: il cross è una prodezza di Vecino dall'out di destra e il pallone arriva fuori l'area di porta; l'attaccante finta di andare sul primo palo, inganna Musacchio e di testa mette in rete, con Donnarumma a sbagliare l'uscita.

Ho sentito Costacurta, un difensore costruito, ma tra i più difficili da superare, disquisire su come Musacchio avrebbe dovuto disporsi. A me insegnavano di stare sempre tra l'uomo e la porta, allargando le braccia. Mi è sembrato talmente logico che mi sono chiesto perché non si faccia. Se non fosse stato sufficiente, Icardi andava raddoppiato, perché in qualsiasi momento poteva colpire. Non importa se aveva toccato pochi palloni, perché il gol è nelle sue corde. Superfluo ripeterlo. E' così. Punto e basta. Finisce 1-0 e perdere un derby tutti sanno quanto bruci. Musacchio ha sbagliato, Donnarumma pure, Abate anche. Avrei voluto vedere uno coi denti sul collo di Icardi dall'inizio alla fine, sì da asfissiarlo.

"Quando si perde - come dice Pat Riley - c'è la disperazione e nessuno stadio intermedio". Eppure si continua a non mettere un uomo sul palo in occasione dei calci d'angolo. Si restringerebbe lo spazio al portiere. A non mandare uno a saltare davanti a chi batte il corner; a non disporsi davanti agli attaccanti quando rinvia il portiere; a non mettere uno che finti la partenza da posizione laterale a chi calcia la punizione diretta, per impegnarne la visione periferica; a non posizionare dietro la barriera un calciatore chinato per intercettare l'eventuale battuta rasoterra quando gli altri saltano. La cura dei particolari, che particolari non sono, dice che non si insegna molto, oltre il pressing più o meno alto e il 4-3-3 o il 3-5-2. Domandiamoci perché nell'NBA ogni anno arrivano 60 prospetti, 30 dei quali con contratto garantito, dalle università e non solo. Non sarà merito degli istruttori? E quanti giovani vediamo ogni anno in prima squadra provenienti dal settore giovanile? Non sarà demerito degli istruttori? Se sono stati abilitati, che cosa gli è stato insegnato? 

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