Le statistiche e Larry Bird

08.11.2018 14:55 di Claudio Nassi  articolo letto 48 volte
Le statistiche e Larry Bird

Dice Rino Tommasi: "Le statistiche non contano solo per chi non ha la pazienza di coltivarle e la capacità di interpretarle". Quando nel '74 sono entrato nel calcio con la Lucchese, avevo con me lo scout della ChinaMartini Torino e della Fernet Tonic Bologna per usarli, dopo averli adattati, convinto dei vantaggi. Dal momento che nella maggior parte dei casi la partita viene decisa da particolari, lo studio della statistica conferma l'importanza della considerazione in più. Per cui sono rimasto di sale nel leggere, molti anni dopo, una dichiarazione di un'icona come Larry Bird: "Le statistiche sono la consolazione per i perdenti. Quello che conta è vincere". Ma subito ho pensato che al giocatore bianco di basket più forte di tutti i tempi fosse permesso tutto e il contrario di tutto.

Non ero d'accordo perché, ad esempio, una classifica analitica dove si evidenziavano le differenze tra rendimento esterno e interno diceva molto, se non tutto, sulla personalità della squadra. Se dividevo la partita in 6 frazioni di 15', con i gol fatti e subiti, in casa e fuori, con le differenze tra primo e secondo tempo, spesso la ricerca era fine a se stessa, ma talvolta interessante. Ricordo una Sampdoria dagli avvii disastrosi, con pochi gol nei primi 45', e finali devastanti. Oppure l'Udinese di Giacomini che, per preciso atteggiamento tattico, giocava a tavoletta i primi 15' di ogni tempo e condizionava l'avversario e non solo, oltre a trovare spesso il gol. Scoperta, cadeva il fattore sorpresa. La Reggiana di Marchioro esprimeva il meglio nei 60' centrali, la Juventus di Maifredi calava immancabilmente nella ripresa. Un giorno al Vicepresidente di un grande club feci presente che, dei 10 gol subiti, 5 li aveva realizzati l'attaccante marcato dallo stopper. Volle conoscere i dati relativi da quando era stato portato in posizione centrale. Risultavano numeri incredibili: dal 41,3% del primo anno al 32,9, al 37,5, fino al 45,11. Una volta invitato a Genova da Mantovani per assistere alla partita, lo tranquillizzai perché un difensore degli ospiti non riusciva a rimanere concentrato per 90'. Puntualmente i gol arrivarono da suoi errori.

Giorni or sono mi sono divertito a leggere l'intervista rilasciata da Fascetti a Luca Calamai, che rispondeva così alla frase di Sacchi che "... una vittoria senza merito è una vittoria che non vale": "Ma stiamo scherzando? Io alleno il Bari o il Lecce e dovrei affrontare la Juventus e il Milan a viso aperto? Mi prendo gli elogi ma non i punti, mentre è un godimento andare a complicare la vita con artifici tattici alle grandi". Alla fine ci si accorge che la statistica, se ben utilizzata, con un allenatore pratico, capace di interpretare i dati e sfruttarli al meglio, facendo capire ai suoi che certi errori dell'avversario, dal momento che si ripetono, li debbono trovare pronti ad approfittarne, permette di partire avanti di un'incollatura. Forse due, anche se Larry Bird non è d'accordo.   

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