Perché non si vuol capire?

 di Claudio Nassi  articolo letto 43 volte
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Perché non si vuol capire?

Dice Simone Inzaghi: "A noi mancano sette punti per colpa del VAR. Con l'Inter sul mani di Skriniar il rigore si poteva dare come non dare e con Torino e Fiorentina gli interventi sono stati discutibili. Sempre a nostro danno. Eppoi è uno strumento che sta uccidendo le emozioni, sia a noi che ai tifosi. Il calcio è bello per la sua immediatezza. Non si esulta più dopo il gol. Oppure si esulta e ci si deve rimangiare tutto". Dice Di Francesco: "Non mi piace il VAR. Un blocco come quello che abbiamo subito nel gol della Juve a Torino è fallo o no? Queste cose fanno riflettere, non c'è uniformità". Dice Zenga: "Quello che non mi piace è che dalla panchina non capiamo nulla". Guardo la tv e ascolto ex calciatori discutere l'innovazione. Leggo sui giornali che lo spazio di interpretazione è da ridurre al minimo, che chi gestisce la moviola dovrebbe avere più potere, che ci sono troppe variabili sul fallo di mano in area e che l'uniformità dovrebbe farla da padrone, oltre a chiedere che agli arbitri sia concessa la parola e che i tempi per l'espulsione temporanea sono maturi. Infine ci si domanda se esista anche tra gli arbitri un partito anti-VAR.

A uno che esce dal calcio nel gennaio '89 e dal '90 comincia a predicare a destra e a manca che è indispensabile l'avvento della tecnologia nell'esclusivo interesse di questo sport, per un problema di credibilità, certe dichiarazioni lasciano perplessi. Capisco che si tiri l'acqua al proprio mulino, ma non sarebbe male, prima di esprimere un giudizio, contare fino a dieci. Desidererei sapere perché, al contrario di tanti sport, c'è stata grande resistenza prima di cedere alla tecnologia. Eppoi come non accorgersi che il potere discrezionale dell'arbitro era eccessivo? D'accordo, ci saranno ancora errori ed è normale, ma la percentuale è infinitamente inferiore al passato. E il prossimo passo vedrà l'ingresso del tempo effettivo, un altro tassello da aggiungere alla credibilità, che toglierà altro potere al direttore di gara, quando nel finale i riflessi si appannano e gli errori si moltiplicano. E, cosa da non sottovalutare, si scomoda molto meno quella sudditanza psicologica fin troppo abusata.

Nel 2006, quando si assiste a Calciopoli, al di là di una lotta di potere tra Carraro e chi voleva sostituirlo, si poteva aggiungere che arbitri avevano scoperto il modo di far carriera. Ma si può obiettare facilmente che è sempre esistito. Sapersi muovere e avere amici importanti quando mai non ha pagato? Potrei continuare, ma conviene accettare gli errori di Pairetto, Giacomelli, Doveri, Calvarese e altri in attesa di migliorie e dell'arrivo del tempo effettivo. Accontentiamoci, ci sono stati tempi peggiori.   

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