Sacchi e Savicevic

11.02.2019 14:47 di Claudio Nassi   Vedi letture
© foto di Federico De Luca
Sacchi e Savicevic

Ho sempre cercato di imparare da tutti. Ricordo ancora quando nel '74 mi affacciai al Gallia come D.S. della Lucchese. Conoscevo, tra gli altri, Cappelli e Walter Crociani. Mi presero per mano e dettero consigli che non ho dimenticato. Bisognava crescere in fretta, altrimenti non andavi da nessuna parte. Homo homini lupus. Una legge del calcio non scritta era più importante di quelle scritte: chi capiva aveva rispetto. Altrimenti considerazione zero. Ascoltavo da chi potevo imparare. La selezione era facile. Moggi, ad esempio, non rientrava tra questi. Era un gran lavoratore, ma sul piano tecnico di seconda fascia, al contrario di Riccardo Sogliano, Sandro Vitali e altri. Liedholm un maestro, Bernardini e Scopigno idem e, per avvicinarci a noi, Bagnoli e Capello. Ma anche a bassi livelli c'era da imparare. Più di quanto si potesse credere.

Da Sacchi, invece, no. Un pomeriggio andai a trovare il Milan a Forte dei Marmi. Doveva giocare a Firenze. Al Nord c'era neve. Volevo andare a Milanello, ma quando vidi il comportamento della squadra di ritorno dall'allenamento e come i calciatori si erano alzati da tavola, capii tutto. Ordine e disciplina la facevano da padrone. Ma queste cose le sapevo. Me le aveva insegnate forse lo stesso maestro di Arrigo. Dopo il Milan ho assistito solo a flop e a tante parole. Come in un articolo di mercoledì sulla "rosea" dal titolo interessante, "Cambiamo il calcio con veri maestri", e un occhiello ancor più accattivante: "Come l'Italia potrebbe finalmente svoltare". Da chi era stato responsabile del Settore Giovanile delle Nazionali mi aspettavo quello che non era riuscito a fare. Invece le solite menate: ci sono troppi stranieri, gli allenatori dei settori giovanili cercano di dirigere le partite scimmiottando le prime squadre, i club stranieri investono anche 50 milioni l'anno sui giovani, oltre alle Academy sparse dappertutto in Europa. Sapete che ci si allena usando la didattica analitica, quando negli sport di squadra bisogna usare la didattica globale? E della psicologia cognitiva che ne pensate? L'unica cosa giusta la critica al Settore Tecnico che ha ridotto il Supercorso da un anno scolastico a 32 giorni.

Domenica la risposta viene dal Presidente della Federazione del Montenegro, l'ex rossonero Savicevic: "Il problema del vostro calcio non sono gli stranieri, ma gli stranieri inutili in ruoli nei quali avete sempre fatto meglio. Ai miei tempi c'erano i migliori, ma portieri e difensori erano solo italiani. Non posso fare il fenomeno da lontano e dirvelo io". Anche da 1.000 km di distanza arriva un suggerimento che deve far riflettere. Chi ha causato tanti danni? E quando si parla di Academy e di budget modesti, perché non si trova spiegazione a quando avevamo alla guida dei settori giovanili Malatesta, Ussello, Rabitti, Comini, Bonilauri, Scagliotti, Tanzini, Mazzoni, Adamo, Cozzolino, Ellena e compagnia e ogni anno qualcuno entrava a far parte della rosa di prima squadra, se non titolare? Eppure le strutture erano peggiori e le difficoltà maggiori. Ma c'era chi sapeva insegnare i fondamentali e correggere i difetti. Semplice, no?  

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