Geoffrey Moncada e il Milan

22.05.2020 09:00 di Claudio Nassi   Vedi letture
Geoffrey Moncada e il Milan

Ho letto un articolo dove, con dovizia di particolari, Geoffrey Moncada, responsabile del settore scouting del Milan, spiega che 13 osservatori studiano i talenti in tutto il mondo. Francese, 32 anni, arriva nel dicembre 2018, chiamato da Leonardo e Maldini, dopo aver lavorato per 6 anni al Monaco. A volte è lo stesso a visionare il calciatore, altrimenti spetterà ai 3 dell'Europa, ad uno in Sudamerica o ai 9 itineranti. La cosa mi ha portato a riflettere. A tornare al passato e a scoprire come il calcio è cambiato e dove sbagliavo. Tra gli errori commessi ce n'era uno che sottolineava sempre Sandro Vitali, D.S. dei migliori. Ripeteva di non lasciare quando stavo per raccogliere i frutti del lavoro. Mentre pensavo di rimanere due o al massimo tre anni in una società, altrimenti avrei perso stimoli, una volta conquistate stampa e piazza. Perché i miei referenti non erano i presidenti, ma i giornalisti e i tifosi. Al solito non avevo capito e non venivo meno a convincimenti radicati.

Tuttavia, quando leggo di staff tecnici pletorici e società che sono ministeri, domando perché. I club più importanti dove ho lavorato sono stati Sampdoria e Fiorentina. Volevo sempre vincere, non avevo problemi se di fronte, in campionato o sul mercato, trovavo Juventus, Milan e Inter. Erano corazzate, d'accordo. Avevo il massimo rispetto, punto e basta. Quando Paolo Mantovani, prima di vincere scudetto e coppe, pensava di non poter competere con la Fiat, Milano e San Siro, causa numeri diversi, rispondevo che un acquisto sbagliato dagli altri e uno indovinato da noi rimettevano le cose a posto. Col Conte Pontello, invece, era discesa. Voleva solo vincere. Lavoravo 18 ore al giorno. Domando: "Perché avere tanta gente in società, se tutti parlano?". Diranno in quale campo saranno domenica e scoprire gli obiettivi dei mandanti sarà facile.

Seppoi vuoi competere in Italia e all'estero, diventerà più difficile. Perché non ci sono 10 calciatori che fanno la differenza. Interessava solo la qualità. Avere un settore giovanile che si preoccupava di lavorare in funzione della prima squadra e lasciare la quantità a società satelliti. Tre erano le nazioni di cui volevo conoscere tutto: Argentina, Brasile e Olanda. Le prime due erano le migliori, nella terza c'era l'Ajax, un'organizzazione perfetta e prima nel monitorare l'Europa del Nord. Non interessava se altrove sfuggiva il campione. Cercavo di anticipare la concorrenza. Mi fidavo solo di un argentino: Cosentino, che aveva portato a Firenze Passarella e Bertoni. Sapeva come la pensavo e che cosa volevo. "Ricardo, dimmi se c'è uno in grado di giocare in una squadra di vertice del campionato italiano". Di solito rispondeva nessuno. Nell''86 segnalò Burruchaga e nell''89 Redondo. Uno ebbe problemi a un ginocchio, dopo un Mondiale da protagonista, e l'altro aveva la maglia della Sampdoria, prima che due calciatori della commissione interna dicessero al Presidente Mantovani che era lento e consigliassero Mikhailichenko. Era importante essere arrivato su un top player, come nell''86 su Van Basten, dimostrando che non solo al PSV Eindhoven riusciva prendere Romario prima e Ronaldo poi. Dimenticavo che dall''81 all''86 mi era capitato anche di acquistare o far acquistare i migliori giovani del Belpaese. E non c'erano 13 osservatori a foglio paga, come non li aveva il PSV. 

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