Le forche, il muro e le corde

05.10.2020 11:13 di  Claudio Nassi   vedi letture
© foto di Aldo Sessa/TuttoPalermo.net
Le forche, il muro e le corde

Venerdì mi trovo a parlare con amici nella sede di una società dilettantistica di settore giovanile. C'è entusiasmo e voglia di confrontarsi. Quando dico che da 10 anni le squadre italiane non vincono una coppa in Europa e non abbiamo partecipato agli ultimi campionati del mondo, rimangono di sale. Non certo per il mondiale, che tutti ricordano. Dal momento che le cose stanno così, il calcio non è da rifondare? Se, nel proseguire la discussione, riporto quello che ha detto un artigiano che, con il padre, ha costruito non pochi attrezzi, nessuna meraviglia. Sanno che oltre i paletti, i cinesini, i coni, i maxiconi e gli ostacoli non si va. Da oltre 20 anni le forche si sono dimenticate. Come i muri. Per non parlare delle corde.

Ma se i fondamentali sono la cosa più importante, come si può fare a meno di ciò che un tempo era indispensabile? Se ogni anno tutte le società portavano nella rosa più di un ragazzo dal settore giovanile e qualcuno addirittura in prima squadra, ci sarà un motivo? Se vado a visitare uno per uno i club di Serie A, invito i calciatori a schierarsi a centrocampo e mi metto a 30 metri, guardano sbacaliti. Seppoi chiedo loro di calciare di collo piede, una volta col destro e una col sinistro, a un palmo da terra, una volta sul mio piede destro e una sul sinistro, quanti pensate siano capaci? E quando dico di ripetere l'esercizio con l'esterno piede, il numero si ridurrà ancora.

Che cosa si fa per uscire da questa situazione? Non ci si rimbocca le maniche per risalire la china, che ci vede al 12° o 13° posto nel ranking mondiale, non dimenticando che abbiamo occupato anche posizioni più alte? Perché quando si sente parlare di calcio propositivo e internazionale dai soliti ciarlatani, non prendiamo cappello? E quando ci si accorge che più di una provinciale gioca con due o tre italiani, non abbiamo vergogna ad accettarlo supinamente? E quando sento che si mandano osservatori a seguire 14 campionati e a lavorare su una fascia d'età che va dai 16 ai 25 anni, non viene da ridere? Ma è possibile che, visti gli stranieri che non hanno diritto di cittadinanza nei nostri campionati, non possiamo fare altro? Siamo sicuri che in B, in C e anche in categorie inferiori non si potevano trovare? E Michele Nappi, difensore sottovalutato, ma che non aveva piedi educati, non migliorò alla Roma sul piano tecnico a 27 anni con Nils Liedholm? E Tassotti al Milan non era diventato un calciatore con i fiocchi sotto lo svedese? A dimostrazione che l'esercizio migliora l'attrezzo. Un tempo riusciva a molti. 

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