Lombardia uber alles

15.06.2020 09:00 di Claudio Nassi   Vedi letture
© foto di Jacopo Duranti/tuttolegapro.com
Lombardia uber alles

Un censimento dice che tra Serie A e B il 55% dei calciatori è italiano. Il resto proviene da 65 Paesi diversi. Di questi 111 sono lombardi, 1 ogni 10. Se si va a guardare la produzione per province, Roma è la prima con 63, davanti a Napoli 47 e a Milano 32. Da notare i sudamericani, numerosi come i lombardi, 111. Poi i polacchi, 20 come i serbi, 17 olandesi e 46 francesi. In Italia notevole il contributo di Castellammare di Stabia, con 7, e di Bassano e Erice con 5. Al contrario di un tempo, il 65% dei brasiliani sono portieri e difensori, con un solo goleador: Joao Pedro.

Quando leggo queste cifre, penso al passato e mi accorgo quanto il calcio sia cambiato. Erano i tempi in cui portieri, difensori e centrocampisti si costruivano in casa e la ricerca si limitava a rifinitori e attaccanti, con eccezioni di grande qualità. Perché erano deputati a scegliere D.S. di altro livello, con allenatori migliori degli attuali e soprattutto istruttori che, ogni anno, portavano giovani nella rosa della prima squadra. L'insegnamento dei fondamentali era il pane quotidiano. Sapevano tutto e, per di più, erano disposti a insegnarti.

Lavoravo a Tuttosport ed ero a contatto con i tecnici di Torino e Juventus. I granata curavano il settore giovanile come nessuno e la Juventus, con Locatelli e Rabitti, seguiva a ruota con le milanesi. Col tempo mi hanno insegnato l'A, B, C della ricerca. La Sicilia non era regione da tenere in grande considerazione, idem Calabria e Basilicata. La Puglia si segnalava per la provincia di Lecce. I baresi non si dovevano guardare perché, lontani dalla loro città, fallivano. In Sardegna c'era da monitorare il nord. La Toscana aveva dalla provincia di Massa e dall'entroterra di Pisa il meglio. Roma era la più prolifica, ma si consigliava di portare via i ragazzi a 15 anni, altrimenti erano guai. La Lombardia era la regione più interessante perché, con il reddito pro capite superiore alla Svizzera, chi decideva di fare il calciatore sceglieva una professione e non la bella macchina e scarpe e vestiti griffati. Il Triveneto era terra fertile, ad eccezione di Venezia, per la quale si ripeteva il discorso di Bari.

Potrei continuare, ma non credo che oggi si prendano in considerazione particolari che, per molti maestri, erano fondamentali nelle decisioni. Se oggi l'importante è la comunicazione, in passato si lavorava in silenzio, ma si capiva e ci si preoccupava di sbagliare il meno possibile ed errori come quello fatto dalla Fiorentina e dall'Inter nel valutare Zaniolo non capitavano.      

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